Impronta carbonica aziendale: come misurarla e perché è strategico

Impronta carbonica aziendale: come misurarla e perché è strategico
Settembre 1, 2025 MDS

L’impronta carbonica di un’azienda (carbon footprint) rappresenta le emissioni di gas a effetto serra prodotte direttamente o indirettamente. A livello internazionale viene calcolata secondo i metodi del GHG Protocol (Greenhouse Gas Protocol), lo standard più riconosciuto a livello mondiale, sviluppato dal World Resources Institute (WRI) e dal World Business Council for Sustainable Development (WBCSD).

Il GHG Protocol fornisce strumenti e linee guida per misurare, gestire e ridurre le emissioni di gas serra lungo tutta la catena del valore. È utilizzato anche da importanti programmi di rendicontazione volontaria, come la Science-Based Targets Initiative (SBTi) e il GRI.

Mentre il GHG Protocol offre strumenti di calcolo pratici e linee guida specifiche per settore, la norma ISO 14064, uno standard internazionale che definisce i requisiti per il monitoraggio, la rendicontazione e la verifica delle emissioni di gas serra, si concentra sulla definizione di un quadro completo e sulla verifica da parte di terze parti.

Il GHG Protocol suddivide le emissioni di gas serra in tre categorie chiamate Scope mentre la ISO 14064 in 6 categorie:

  • Scope 1 (categoria 1) emissioni dirette di gas serra che provengono da fonti possedute o controllate da un’azienda. In questa categoria rientrano le emissioni derivanti dall’utilizzo di energia in loco (es. caldaie, forni, etc.), dalla combustione prodotta dai mezzi di trasporto posseduti o affittati, ma anche quelle risultanti dalle perdite di gas refrigerante; ma anche le missioni delle aziende che generano energia elettrica o controllano i loro impianti di generazione e vendono tutta l’energia alla rete locale.
  • Scope 2 (categoria 2) si riferisce alle emissioni indirette associate alla produzione di elettricità, calore, vapore e raffreddamento acquistati e utilizzati da un’azienda. Queste emissioni sono considerate indirette in quanto l’azienda è responsabile dell’utilizzo dell’energia, ma non delle emissioni generate dal fornitore per la sua produzione. Ad esempio l’energia elettrica acquistata che viene generata fuori sede è considerata un’emissione indiretta, mentre se l’azienda genera la propria energia elettrica in loco da fonti di proprietà o controllate, le emissioni a effetto serra associate alla generazione di energia sono classificate come emissioni dirette scope 1.
  • Scope 3 (categorie dalla 3 alla 6) comprende tutte le emissioni indirette di gas serra che si verificano nella catena del valore di un’azienda, vale a dire le emissioni derivanti dalle attività di un’azienda, prodotte da fonti che non sono di sua proprietà o controllate (sia a monte che a valle), escluse quelle provenienti da elettricità, calore e vapore. Questa categoria comprende le fonti che non sono sotto il diretto controllo aziendale, ma le cui emissioni sono indirettamente legate all’attività dell’azienda.

Le emissioni di scope 3 secondo il GHG Protocol sono classificate in 15 gruppi:

  • A MONTE: beni e servizi acquistati, beni strumentali, attività legate ai combustibili e all’energia, trasporto e distribuzione a monte, rifiuti generati durante le operazioni, viaggi di lavoro, pendolarismo dei dipendenti, acquisti in leasing;
  • A VALLE: trasporto e distribuzione a valle, lavorazione dei prodotti venduti effettuata da terze parti, utilizzo dei prodotti venduti, trattamento di fine vita dei prodotti venduti, beni in leasing a valle, franchising, investimenti.

Il breakdown delle emissioni di un’azienda varia significativamente in base al settore di attività. In media, lo Scope 3 rappresenta circa il 70% delle emissioni totali di gas serra di un’azienda, rendendo la sua riduzione una sfida centrale per tutti i comparti. Per le aziende di servizi, le emissioni si distribuiscono in modo più equilibrato: circa il 50% tra Scope 1 e 2 e il restante 50% in Scope 3. Nelle aziende manifatturiere o di beni di prima necessità, invece, Scope 1 e 2 coprono solo il 15% circa, mentre per il settore finanziario scendono addirittura sotto il 5% (fonte: www.msci.com).

La rilevazione delle emissioni di Scope 3 risulta complessa a causa della loro natura indiretta: incidono variabili come l’eterogeneità dei fornitori, la qualità e completezza delle informazioni disponibili, la complessità delle catene di fornitura e la pluralità di criteri di calcolo adottabili.

Per le grandi aziende obbligate dalla CSRD, includere lo Scope 3 nei bilanci di sostenibilità è un passaggio imprescindibile, ma la sua rilevanza si estende a tutte le imprese. Infatti, rappresentando la parte più significativa dell’impronta carbonica, questo ambito è sempre più oggetto di attenzione da parte di clienti e partner, costituisce un tassello fondamentale verso la neutralità climatica e contribuisce a rafforzare credibilità e posizionamento sul mercato.

Misurare in modo accurato l’impatto complessivo consente di individuare aree di inefficienza, pianificare azioni di riduzione mirate, aumentare la trasparenza nei confronti di stakeholder e investitori e, non da ultimo, beneficiare di opportunità legate a incentivi, bandi e iniziative di rendicontazione volontaria.

Se vuoi avere maggiori informazioni o hai bisogno di capire come poter misurare l’impronta carbonica della tua azienda, contattaci via e-mail a: info@macrodesignstudio.it.